Praticamente l’intera attività criminale del triangolo Augusta, Melilli, Villasmundo era un affare loro. L’operazione “Morsa” del comando provinciale dei carabinieri, sfociata nel blitz di questa notte, ha permesso di smantellare letteralmente una delle cellule malavitose del clan di Sebastiano Nardo, boss storico legato a Nitto Santapaola.

L’indagine, coordinata dalla procura distrettuale antimafia, ha fatto luce, anche grazie all’apporto di un collaboratore di giustizia, sull’attività criminale di ben 28 soggetti ritenuti, a vario titolo, affiliati o fiancheggiatori.

Ventotto ordinanze di custodia cautelare in carcere eseguite dai militari del comando provinciale di Siracusa su ordine del tribunale di Catania, nei confronti di Sergio Ortisi e Toni Ortisi, Marcello Ferro, Giuseppe Gentile, Giuseppe Pandolfo, Antonello Costanzo Zammarata, Lucia Castoro, Giuseppe Arena, Giuseppe Musumeci, Andrea Musumeci, Giovanni Musumeci, Giuseppe Rascunà, Giuseppe Tringali, Antonino Pennisi, Mosè Bandiera, Maurizio Carcione, Giovanni Cianci, Antonio Della Volpe, Marcello Ferro, Vincenzo Formica, Domenico Italia, Nunzio Giuseppe Montagno Bozzone, Carmelo Navanteri, Antonio Pennisi, Renato Spanò, Graziella Spinali, Giuseppe Vona, Gianluca Zimmitti. Agli arresti domiciliari Rosanna Fonte.

Dalle indagini si è venuta così a delineare un’organizzazione ben strutturata. Giuseppe Gentile (vertice in libertà del clan Nardo nel periodo contestato) impartiva regolarmente ordini e disposizioni ai propri referenti nel territorio di Augusta, tra i quali si distinguevano in primis Marcello Ferro e Sergio Ortisi.

Al secondo livello vi erano altri “uomini di fiducia” preposti alla gestione delle attività illecite, tra i quali Toni Ortisi, Giuseppe Pandolfo, Antonello Costanzo Zammataro e Lucia Castoro, i quali godevano di un certo margine di autonomia.

Quindi Giuseppe Arena e Giuseppe Musumeci e in seconda battuta Giuseppe Rascunà, per quanto riguarda il traffico di stupefacenti, Giuseppe Tringali, diretto uomo di fiducia di Ortisi Antonino Pennisi per quanto riguarda la gestione delle bische clandestine ed il controllo
delle sale da gioco.

Vi erano poi i soggetti che pur non essendo inseriti necessariamente a pieno titolo nell’organizzazione, operavano ai margini della stessa nell’attività di spaccio dello stupefacente secondo le direttive degli aderenti al sodalizio. Quali Renato Spanò, Mosè Bandiera Antonio Della Volpe e Domenico Italia.

Da evidenziare la particolare figura di Lucia Castoro, vedova del noto esponente mafioso di Augusta, Pandolfo Sebastiano (assassinato nel 1989). La donna fu condannata alla pena di 6 anni e 6 mesi di reclusione per il reato di associazione mafiosa nell’ambito del procedimento contro Leonardi Giuseppe: le emergenze investigative ne avevano allora evidenziato l’affiliazione al clan mafioso operante in Augusta.

Fu detenuta fino all’ottobre del 1998 e successivamente sottoposta a misura di prevenzione. Anche in virtù del prestigio criminale goduto dal defunto marito, ha continuato nel periodo della presente indagine a fare parte del sodalizio megarese. Da un certo momento in poi per i contrasti intervenuti con Sergio Ortisi, la stessa si metteva a capo di una sua cellula organizzativa, coadiuvata dal genero Maurizio Carcione.

Tra le molteplici attività illecite svolte dal clan, le estorsioni a danno degli operatori commerciali. Gli esponenti del clan non avevano neppure bisogno di manifestare atti d’intimidazione nei confronti delle persone offese, risultando il più delle volte sufficiente la mera formulazione
della richiesta di pagamento per ottenere l’immediata dazione di denaro. L’assenza di denunce da parte delle vittime ha reso particolarmente difficoltosa la compiuta ricostruzione dei singoli episodi estorsivi.

Poi ancora, il gioco d’azzardo. L’attività illecita veniva condotta attraverso la gestione di bische clandestine e la collocazione di macchinette videopoker modificati all’interno degli esercizi commerciali. Il guadagno per il clan era dato da una percentuale del 10% del costo
del banco; tale ammontare veniva decurtato del 50%, che doveva essere consegnato ai vertici lentinesi.

Nella gestione degli stupefacenti il clan Nardo era diviso in tre diversi sottogruppi. Il gruppo facente capo a Sergio Ortisi, a Giuseppe Pandolfo e quello formato da Lucia Castoro, Maurizio Carcione e Graziella Spinali. Si è evidenziato come il clan si sia servito di due distinti canali: uno per rifornirsi di cocaina (canale riconducibile a soggetti operanti in provincia di Napoli e gestito dall’ORTISI) e l’altro di hashish (canale riconducibile a soggetti di Catania, gestito dallo stesso Ortisi e dagli altri esponenti di spicco del sodalizio).

Il tutto attraverso diversi corrieri incaricati di portare la roba ad Augusta. Tra gli ulteriori reati, furti ad esercizi commerciali di Augusta fatti effettuare da manovalanza locale (da ricordare quello presso una ditta di impianti di raffinazione per un complessivo di 40 mila euro di refurtiva, effettuato da Giuseppe Vona e Graziella Spinali). Interessi nell’attività di affissione abusiva di manifesti, in occasione della campagna elettorale per le elezioni politiche del 9 aprile 2006, attività che consentiva loro di concretizzare un ulteriore ritorno economico.

Al riguardo si comprendeva chiaramente come i rappresentanti megaresi del clan “Nardo” avessero imposto ai candidati politici locali ed ai soggetti loro collegati (impegnati nelle affissioni dei manifesti elettorali), un tariffario già prestabilito, da onorare per scongiurare sia danneggiamenti alle pubblicazioni (copertura o strappo dei manifesti), sia vere e proprie ritorsioni fisiche nei loro confronti.

E l’attività di controllo del settore delle onoranze funebri. Il clan sgominato continuerebbe a mantenere ancora saldo il vincolo associativo anche mediante l’assistenza agli associati, realizzata sia con la protezione fornita agli affiliati nell’esercizio delle varie attività del gruppo, sia con l’assistenza economica (“stipendi” o altre forme di elargizione), sia con l’assistenza legale.

Le indagini hanno consentito di appurare l’esistenza di un “patto di mutuo soccorso” tra i componenti dell’associazione, estrinsecatosi nell’assistenza agli associati detenuti ed ai loro familiari, realizzata con l’elargizione di somme di denaro, anche consistenti, a seconda delle necessità. L’assistenza economica agli associati viene realizzata anche mediante l’elargizione di somme percepite da ciascuno, proporzionalmente al contributo apportato nello svolgimento delle singole attività criminose.

A titolo esemplificativo un affiliato “ordinario” può percepire uno stipendio di 1.800 € al mese, a cui vanno ovviamente aggiunti i rendimenti delle singole attività lecite ed illecite gestite personalmente.